Fotografando Agrigento

ph Erik Mclean on Unsplash

Una immagine immortalerebbe un latitante ad Agrigento. L’han vista tutti, apertura di un Tg nazionale. La città dei templi, uno dei luoghi dell’Occidente più vicini alla verità razionale, fu scelta una volta da Giovanni Paolo II per annunciare il giudizio di Dio.

La foto sarebbe di oltre 10 anni fa. C’è un Suv guidato da un tale che pare si chiami Campo. In effetti, non c’è mafia senza campo e non c’è campo che non abbia la mafia. Anche se, nella profezia globalista, quella che voleva il mondo liquido – secondo l’espressione del sociologo marxista Zygmunt Bauman -, la mafia è liquida idda stissa.

Un saggio apparentemente innocuo, poche pagine di un libro dalla copertina rossa scritto da un autore che è Rosso pure lui, descrive fatti avvenuti ad Agrigento in passato e che, oggi, riproducono con la fedeltà di una fotografia anni di politica italiana.

Chi sa leggere tra le righe intuisce che il famigerato conflitto d’interesse non inizia con la Seconda Repubblica che, semplicemente, lo formalizzò (e, quindi, chi brandiva questo strumento come una clava per colpire l’avversario era in mala fede).

Il rapporto tra calcestruzzo ed antenne televisive, poi, non è cosa milanese e ha un senso che va al di la dell’intrattenimento, della formazione del consenso, della giustizia, dello Stato. Evoca il rapporto tra cielo e terra, forse persino tra l’uomo e Dio.

E, per concludere, il delirio di onnipotenza di certi giudici non è una invenzione, purtroppo. E, personificandola, rimanda alla tendenza autoritaria di ogni Stato debole, che non crede nei suoi mezzi o che non ne dispone. Come è, appunto, l’Italia, prima, durante e dopo la pandemia del 2019.

Le questioni aperte nel 1992 restano aperte. Infatti, non è solo per carenza di qualità progettuale se la Sicilia si vede rimandate indietro le carte e resta senza denari. C’è il rapporto tra i diversi livelli di governo mai recuperato. Ricordate il presidente della Regione che sedeva a Palazzo Chigi?

C’è uno speculare disagio del Settentrione, la parte ricca e attiva dello Stivale. Laddove si guarda con rinnovata diffidenza alla tecnocrazia europea che mette il calcolo al posto degli istinti, una certa distanza ideale e pratica. Le direttive chilometriche come la sentenza del giudice che non ha capito un cazzo.

Siamo tornati al punto di partenza: quello delle due Italie, della disunità d’Italia: ne parlò un saggio scritto nel secolo scorso da Giorgio Bocca. C’è chi trova lo Stato opprimente e chi assente. C’è chi non vede l’Italia, proprio ora che il tramonto del mondo la fa riapparire all’orizzonte.

È per lo meno ingeneroso sostenere che il professor Gianfranco Miglio – tra le tante altre cose preside di Scienze Politiche alla Cattolica di Milano per trent’anni – sia stato un volgare adulatore delle mafie, solo per avere avuto lucidità e onestà intellettuale, oggi ancor più rara di prima.

Sono le questioni aperte a dimostrarlo. Certamente meglio di una fotografia scattata da qualche dilettante assegnato ad un servizio pubblico. Con qualche problema di messa a fuoco, di direzione dell’obiettivo. A disagio con i diaframmi e, soprattutto, con i tempi.

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