Il mare di Tusa (ma anche la terra)

Il Belvedere di Tusa

C’è una riconferma per il mare di Tusa, per la sua acqua pulita e cristallina e, quindi, Bandiera blu. E’ vero, è un mare speciale. Ma la terra, che ha di speciale quella terra? Come tutti i luoghi di confine sono luoghi bizzarri popolati da persone bizzarre, e forse è vero.

Li è dove la provincia di Palermo incontra quella di Messina. Dove finisce la mafia e dove comincia il fascismo, se vogliamo volgarizzare, come volgarizzazione si può considerare – a lungo si è fatto – Palermo la capitale della mafia e Messina la città più fascista d’Italia.

Si può nobilitare questa porzione di territorio, e non c’è solo Tusa ma, anche, Motta d’Affermo (non Monte, come una volta è scappato al giornalista Rai Roberto Gueli. Il Monte è, o meglio, era in Toscana o forse Castel del Monte in Abruzzo), dicendo che è dove la Sicilia e l’Italia, intese come manifestazioni antropologiche e culturali, si sono date appuntamento.

Potrebbe essere, diciamo, lo Stretto di Messina. Solo che al posto dell’acqua c’è la terra. Il mare d’arare, di cui parlava Carl Schmitt in Terra e mare, Land und Meer, Una considerazione sulla storia del mondo raccontata a mia figlia Anna ma, anche, nel Nomos della Terra. Libri rivalutati, oggi, dopo una lunghissima censura.

Nello specchiarsi di italianità e di sicilianità, chi è nato in questi luoghi, purchè sia naturalmente predisposto, impara la mitezza, ovvero lasciare essere l’altro per quello che è. Ma si tratta di un sentimento nascosto, intimo, difficile da cogliere, dissimulato dalla severità dei giudizi (maschile) e del contegno (femminile).

E’ proprio di chi guarda se stesso e gli altri posto da fuori e abituato a farlo, perchè nè di qua nè di la. In questa sospensione, una religiosità più ebraica che cristiana Dio è straniero a se stesso.

A proposito di mitezza, per ricordare cosa non è la mitezza, torna alla memoria il discorso del parlamentare Cesare Salvi, quando pronunciò la sua sentenza di condanna del ministro della Giustizia, si chiamava Filippo Mancuso, brandendo la pipa (ottobre 1995).

Fu il primo, e finora unico, caso di un membro del governo nella storia dell’Italia repubblicana a rassegnare le dimissioni, a seguito dell’approvazione di una mozione di sfiducia da parte del parlamento (Wikipedia).

Il tempo ha chiarito qualcosa, molto, poco, è soggettivo, però ha spiegato quanto sia complicato riformare la giustizia.

Il ronzio di protesta delle toghe al congresso palermitano dell’Anm mentre parla l’attuale ministro guardasigilli Carlo Nordio sembra l’invettiva di allora, contenuta dall’acqua passata sotto i ponti ma, anche, dalla terra e dalle sue leggi, troppo spesso calpestate.