Le troppe prove che Palermo non basta più

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Il riemergere dell’antisemitismo è l’ennesima conferma della crisi della Chiesa Cattolica, della difficoltà di contenere un disagio sempre crescente. Le grandi aspettative riposte nelle elezioni di giugno, proprio perchè l’Europa richiede a sua volta una nuova traiettoria, come ha spiegato Mario Draghi, risiedono anche in questa constatazione.

Si tratta di un investimento su una dote culturale e politica rilevante, fondato sull’esperienza del Novecento, quando la Democrazia Cristiana riprodusse su scala nazionale quei valori che sono propri della costruzione europea: l’unione nella diversità – per cominciare – poi il carattere interclassista, aperto, tollerante, con le antenne in direzione di chi fosse in grado di recepire il messaggio (liberi e forti).

Uno scudo difensivo rispetto a modelli diversi, a minacce spirituali, culturali o militari come era, appunto, il comunismo sovietico. Lo stesso allargamento europeo è espressione dell’ecumenismo cattolico e il suo arenamento è, ancora una volta, prova del menzionato disagio.

Non è che la storia della Democrazia Cristiana in Sicilia non sia gloriosa o che sbagli la nuova Dc – unico partito che ricorda, da Giuseppe Alessi a Rino Nicolosi, per nome e cognome – chi ha rappresentato quella storia che è patrimonio, diciamolo, europeo.

Ma l’emergenza europea sposta la priorità nelle relazioni dello Stato verso l’alto. Quindi Roma ha come principale interlocutore il livello decisionale sovranazionale e non più quello locale, enfatizzando una dinamica mai corretta per decenni. L’Europa deve ora diventare una fortezza, come lo è stata per tanto tempo la Sicilia autonomista, bianca e orgogliosa.

Un discorso sulle libertà, sulle tradizioni, sulla democrazia, sul mercato, riparte altrove. Insomma, il nuovo centro non sarà nel Palazzo Reale. Questo rimanda al neutralismo, andato in pezzi con la guerra della Russia, che era un aspetto della cultura politica democristiana, da recuperare in forme nuove. Ricorda anche la crisi della capitale italiana, la sua centralità impolverata e una certa goffagine.

Il rinnovato appello al presidente della Repubblica “perché tuteli le scelte democratiche dei cittadini, compresi i siciliani, che non sono certo politicamente figli di un dio minore” di Stefano Cirillo, segretario regionale della Dc in Sicilia, illustra l’incontro di due debolezze. Non il potere, ma i valori (troppo spesso brutalizzati per grettezza o per calcolo) si spera oggi rinascano altrove.

C’è anche da dire che, assieme alle regioni, contano i comuni. Che hanno peraltro una storia molto più lunga. L’immobilismo palermitano del sindaco Roberto Lagalla, candidato proprio da chi vuole rianimare la Dc, conferma nuovamente che c’è qualcosa che non quadra.