Passaggio in Sicilia

Il sorriso di Noodles nella fumeria d’oppio (finale di Once Upon a Time in America)

Gli amici tieniteli stretti, i nemici ancora più stretti, suggeriva Michael Corleone nel film-testamento del ventesimo secolo: The Godfather. Splendido e abissale, il Novecento è stato il secolo americano. Questo, invece, è il secolo cinese. Il matrimonio con il gigante dell’Asia viene celebrato in queste ore in Italia, passando attraverso la Sicilia, ovvero dal luogo dove sono già stati greci, arabi, normanni, spagnoli e americani. La convivenza è ormai consolidata. Ma la Cina può essere considerata un nemico? Per molti lo è, almeno per chi considera tale chi non gli somiglia e, a maggior ragione, chi percepisce distante e diverso. Eppure i nemici ci possono essere di aiuto, e non solo e non tanto perchè hanno soldi da spendere e da investire, ma perchè aiuteranno l’Occidente in una cosa importante. E cioè a superare una crisi di identità che dura da decenni. L’identità si rafforza, infatti, attraverso il doloroso confronto col diverso, sia nel caso degli individui che dei popoli che delle nazioni. Si ritorna protagonisti di fronte alla minaccia, anche solo culturale. Tramontato il pericolo comunista, “l’impero del male” secondo la definizione coniata da Ronald Reagan,  scongiurate le minacce provenienti dagli Stati canaglia, gli Stati Uniti d’America, che hanno tenuto alta la fiaccola dei nostri valori per lungo tempo, si sono chiusi in se stessi. Sapendo bene che la Cina non è un nemico come gli altri, piuttosto è un altro mondo, un mondo altro, con la sua tradizione eterna e misteriosa, i suoi eloquenti silenzi, il linguaggio fatto di segni e disegni che riproduce la realtà, i valori e i bisogni ancestrali. La Cina sorniona non ci muoverà guerra e noi non la faremo. “Ogni battaglia è vinta prima che sia combattuta” diceva Sun Tzu. I cinesi lo sanno, sennò che ci venivano a fare?

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