Se lo Stato si prende i giornali

ph Denny Müller on Unsplash

Anche se nelle cose siciliane ciò che appare ovvio è uno, nessuno e centomila la confisca di un giornale da parte dello Stato non è cosa di poco conto. Anche perchè succede sempre in Sicilia che, ai convegni di giornalisti specializzati in cronaca giudiziaria, il magistrato parli per primo. Magari proprio a casa loro come nell’ auditorium di una sede della televisione pubblica. Il peccato originale si consuma nel 1992 quando i cronisti si trasformarono in addetti stampa delle procure mentre le procure si appropriavano del potere ideologico, quello che, per decenni, era appartenuto al Partito Comunista Italiano e che è di critica, di condizionamento dell’ opinione pubblica, di assegnazione del diritto di tribuna. Che è legittimo, ma che, forse, era meglio che non fosse sottratto a un partito perchè il partito comunicava con la società, i giudici no. Basta chiedere a qualcuno degli ex dirigenti di quel partito di fare un bilancio della stagione dell’ incredibile potere dei giudici. La libertà di stampa è la libertà del cittadino indifeso di fronte allo Stato, quella macchina che, nel secolo scorso, si è materializzata nella forma deformata del totalitarismo. La libertà di stampa è, dunque, una conquista borghese, della parte della società più dinamica e intraprendente. La stampa delle origini è uno strumento di difesa di attività e di valori appartenenti all’ eroico individuo in lotta per difendere la propria libertà e quella dei suoi simili. L’ atto di accusa lanciato da Émile Zola si riallaccia a questa tradizione, nella misura in cui la  denuncia colta e coraggiosa contro la macchina che stritola l’uomo e le sue malefatte diventa denuncia contro uno Stato che minaccia la libertà tout court. La colpa della fine del giornalismo novecentesco è di chi, per pigrizia o per convenienza, ha lasciato che ciò accadesse.

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